Nilde Iotti 1979

LE RAGIONI DEL SÌ

Facciamo un esempio. La vostra bella casa, che vi ospita e protegge dignitosamente da oltre 60 anni, necessita di essere ristrutturata per poter essere più efficiente energeticamente e rispondere alle nuove esigenze di un mondo estremamente cambiato. La struttura, ben fatta, è ancora solida, ma vanno applicate alcune migliorie che al momento della prima costruzione non erano né possibili né necessarie. Una cosa è certa, sono più di 30 anni che in casa si dice di doverci mettere mano. Lo dicono tutti, a parte i nonni, per i quali ogni cambiamento, anche sostituire una vecchia poltrona, rappresenta un trauma. Ma vuoi per carenza di soldi, per l’incapacità di mettersi d’accordo, per la continua priorità data all’ordinario, il progetto non è mai partito.

Il referendum lo vedo così. La Costituzione è la nostra casa. Ben fatta, una delle migliori del mondo, soprattutto nei suoi principi fondamentali, che sia bene inteso non saranno assolutamente toccati dalla riforma. Ma il tempo e alcune inefficienze emerse con la semplice applicazione reale ne richiedono alcune modifiche, che già i Costituenti stessi avevano intravisto. Tra queste elencherò per necessaria brevità solo alcune che ritengo le più importanti, senza entrare troppo nei tecnicismi, sebbene l’argomento lo richieda.

Prima fra tutte metto la fine del bicameralismo paritario: la fiducia è data e può essere tolta solo dalla Camera dei Deputati, come avviene in tutte le democrazie parlamentari del mondo. Le stesse leggi non vedranno più estenuanti rimpalli tra Camera e Senato, visto che quest’ultimo avrà funzioni diverse. Ci sarà più snellezza ed efficienza legislativa, a dispetto di iter burocratici che in Italia hanno tempi biblici, costringendo spesso i governi a operare abusando di decreti legge.

Avremo più stabilità, con il governo maggiormente capace di portare a termine il proprio programma, evitando così alibi e scarichi di responsabilità. Tenete presente che l’Italia ha avuto ben 63 governi in 70 anni ! Un paese più stabile è anche più solido economicamente e finanziariamente, quindi più affidabile per chi volesse investire da noi.

Il Senato, così riformato nelle proprie funzioni, passerà da 315 a 95 membri elettivi, compiendo così un primo passo verso un’auspicabile riduzione dei costi della politica. In tal senso verrà anche abolito il CNEL, ente ritenuto oggi da tutte le forze politiche un inutile sperpero di denaro pubblico.

Dulcis in fundo, la modifica del Titolo V della Costituzione, ovvero quello che attribuisce i poteri alle Regioni. Vi sembra normale che qualcosa che va bene nelle Marche o in Toscana, possa essere ritenuto contro la legge in Umbria? Votando SI’, le decisioni che riguardano materie di interesse nazionale torneranno allo Stato, evitando il frastagliamento di leggi regionali e in certi casi provinciali, che spesso rendono la vita impossibile ai cittadini e alle aziende. Temi strategici come quello dell’ambiente e della salute, delle grandi infrastrutture, della tutela e valorizzazione dei beni culturali, non saranno più trattati diversamente da regione a regione, magari a distanza di pochi chilometri.

Purtroppo la personalizzazione del referendum a un voto pro o contro Renzi ha fatto passare in secondo piano l’importanza della riforma stessa e dei suoi possibili vantaggi, coalizzando un fronte del NO estremamente variegato e politicizzato.

Sia chiaro, la perfezione non esiste, ma bisogna mettere sul piatto della bilancia gli effetti che saranno sicuramente positivi rispetto ai punti migliorabili, quali ad esempio la legge elettorale, di cui in questi giorni è già stata approvata una bozza.

Tra i detrattori, ci sono molti di coloro che la riforma hanno contribuito a realizzarla (ad esempio Berlusconi e i suoi), ma che per pura posizione antigovernativa, oggi la respingono.  Altri, invece, sono coloro che nell’arco di decenni hanno tentato più volte di portarla avanti, ma non sono riusciti nemmeno a proporla. Parliamo di politici quali D’Alema, che sono in pista da 40 anni e non riescono ad accettare che qualcuno riesca laddove loro hanno fallito. Si tratta insomma di “fuoco amico”, in questo caso.

«Quando fai qualcosa – recita una massima di Confucio – sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente». Nulla di più calzante oggi per descrivere buona parte dei sostenitori del NO.

È curioso pensare come gli obiettivi di questa riforma siano gli stessi che una giovane Presidente della Camera, Nilde Iotti, si era posta nel lontano 1979. E oggi stiamo ancora qui a parlarne come di una chimera, quando in realtà basterebbe un SI’.

Ai più titubanti e conservatori faccio notare che se cambiare potrà sembrare rischioso, l’immobilismo attuale porta ad una sconfitta certa. Il paese è quanto mai fermo, soffocato da una crisi senza precedenti e da una burocrazia che rende lente e spesso vane tutte le possibili reazioni in uno scenario sempre più veloce e globalizzato.

Non sarà la fine del mondo, ma qualora prevalga il NO, sarà certamente una grandissima occasione persa. Non solo. Il quadro politico è così frammentato e mosso dai populismi (la recente elezione di Trump ne è l’emblema), peraltro con il precedente di un eventuale referendum negativo, che è impossibile immaginare una nuova riforma nell’arco dei prossimi decenni. Sopravvivremo, forse, come fatto finora: con governi deboli e frequenti, sotto scacco di piccoli gruppi, con il rischio, in quel caso sì, di una pericolosa deriva autoritaria.

E la nostra casa, bella ma non più efficiente, rischia prima o poi di crollare al primo terremoto per scarsa manutenzione.

Francesco Zaccagni, Novembre 2016

FIDEL CASTRO, DITTATORE O ILLUMINATO ?

Riflessioni all’indomani della morte di Fidel Castro, avvenuta il 25 novembre 2016

Sono stato a Cuba quasi un mese nel 1995 (prima del Papa) e l’ho girata quasi tutta, facendo molte domande a tante persone di tutte le età.

Posso dire che quella di Fidel Castro, con tutti i limiti e le contraddizioni tipiche di una dittatura, è stata una dittatura illuminata. E’ vero, non c’era libertà di stampa, molti volevano fuggire negli USA, alcuni lo hanno fatto, in certi casi rimpiangendo poi di averlo fatto. Non c’era libertà politica, come in un normale paese democratico.
Ma con certezza posso dire che il livello culturale delle persone (tutte!), l’assistenza medica (nonostante la carenza di medicine anche per colpa dell’embargo), la scuola, insomma il cosidetto welfare erano di ottimo livello.

Non parliamo poi dello sport, ma in quello i Cubani sono aiutati dal fisico.

Ho conosciuto tante persone povere ma tutte assolutamente dignitose. Quella stessa isola, magari con diverse forme di governo più democratiche, non so se avrebbe potuto mantenere simili standard sociali.

Mi viene in mente il Brasile, il Venezuela, il Perù, L’Ecuador e vedo molti bambini che muoiono di fame e in certi casi uccisi per il traffico di organi, vedo molti analfabeti, vedo un livello di sicurezza peggio della Siria oggi. E’ vero, Cuba ha poco più di 10 milioni di abitanti, ma intanto quelle cose le ha garantite.

Non avremo mai la controprova e qualcuno potrebbe dire “bello prendere i granchi con le mani degli altri!”, ma se avessi dovuto rinunciare alla democrazia e vivere sotto una dittatura, molto probabilmente avrei scelto quella di Fidel. E chi vi scrive non è certo un comunista.

bebè italiani

RICCHEZZA E FIDUCIA NEL FUTURO SONO RELATIVE

Gli Italiani sono un popolo che demograficamente è destinato a morire, perché invecchia sempre più.
Solo gli immigrati tendono a prolificare e questo dimostra che non sono tanto gli ammortizzatori sociali (bonus, asili nido, ecc) che spingono a fare figli. E’ soprattutto una questione psicologica e culturale.
Molte giovani coppie italiane non hanno fiducia nel futuro, pur avendo casa, genitori, nonni con la pensione e in certi casi pure un lavoro (che è importante, per carità!).
Al contrario, immigrati che hanno poco o nulla, provenendo da paesi con situazioni di assoluta indigenza, di figli ne fanno, senza paura…e pure tanti.
Prolificate gente. Prolificate!

social e dialogo

SOCIAL: UTILI PER INFORMARE, PESSIMI PER DIALOGARE

Mi sono trovato recentemente ad affrontare una discussione molto pratica su un social tra i più diffusi. Al di là del merito della questione, delle persone coinvolte e dei risultati che ne sono scaturiti, ciò che mi ha profondamente colpito sono le modalità dello svolgimento della stessa.

Visto che la comunicazione rappresenta gran parte della mia professione, social compresi (anche se in questo caso con ovvia minor padronanza rispetto agli strumenti tradizionali), sono riuscito a trarre utili insegnamenti e forti convinzioni da questa vicenda.

I social sono un utilissimo strumento per informare, vista la grande immediatezza per cui si contraddistinguono. Immagini e notizie vengono trasmesse in tempo reale, generando condivisione, commenti e diffusione.

I social sono inoltre uno strumento altrettanto adatto per chi vuol cazzeggiare, divertendosi parlando del nulla. In questo caso vedo personalmente lo strumento come negativo, tempo strappato alla vita reale. Tuttavia, anche se è solo tempo perso, lo strumento te lo permette di fare nel migliore dei modi.

Nel business i social sono ormai divenuti un efficace mezzo per creare relazioni commerciali, peraltro con la possibilità di targettizzare i destinatari dei propri messaggi.

Ciò premesso, veniamo alle negatività di questo strumento, sperimentate personalmente.

Utilizzare i social per discutere e prendere decisioni, anche le più banali, è estremamente controproducente e negativo perché viene alterata, se non addirittura esclusa, la componente fondamentale di qualsiasi negoziazione: il dialogo.

Nei social non ci si guarda negli occhi, non si ascolta il tono di voce, non si capisce se una frase è pronunciata sorridendo o per davvero. Insomma, mancano i fondamenti base della comunicazione.

Il carattere stesso dell’immediatezza, prerogativa dei social, toglie tempo alla riflessione. Nella discussione di gruppo da cui prendo spunto ad un certo punto un interlocutore ha detto: “Non c’è tempo da perdere, bisogna dire SI’ o NO, senza tante chiacchiere. Punto.”

In realtà, per quanto alla fine occorra comunque arrivare a una decisione concreta, la soluzione più giusta sta quasi sempre nel mezzo, come dicevano i latini. Ben lontana da un secco SÌ o NO. L’istantaneità toglie spazio alla mediazione, non vengono considerate le percezioni soggettive, non c’è tempo per riconoscere gli errori (personali e altrui), non possono essere ponderate eventuali vie alternative.

Il social è inoltre un pericoloso amplificatore di aggressività, un po’ come l’automobile. Non si sa perché, ma al volante certe persone solitamente calme diventano tigri inferocite per una semplice mancata precedenza, a volte con degenerazioni anche dai risvolti tragici. Tuttavia gli episodi che avvengono sulla strada restano circoscritti, per fortuna, sui social possono purtroppo assumere il carattere di viralità.

È così che i social possono degenerare diventando strumenti di divulgazione di violenza, odio, razzismo e omofobia, con una portata mediatica senza precedenti.

Facciamone quindi buon uso.

Francesco Zaccagni, 10/06/16

EVOLUZIONE SOCIALE vs SICUREZZA

EVOLUZIONE SOCIALE vs SICUREZZA

L’incapacità dell’intelligence (si fa per dire!) belga di fronte al terrorismo dimostra quanto le società più evolute e virtuose siano deboli e goffe di fronte alla delinquenza.
In paesi dove la prassi è il rispetto assoluto delle regole, in cui è quasi impossibile trovare cicche di sigaretta a terra, per la criminalità è un habitat ideale.
E’ questa purtroppo l’altra faccia triste della medaglia. Il raggiungimento di elevati standard sociali, l’inviolabilità di qualsiasi diritto umano, la tutela assoluta della privacy e il garantismo prima di tutto creano crepe facilmente penetrabili.
Paradossalmente paesi molto più “barbari” dal punto di vista civile, come gli Stati Uniti, la Russia e la stessa Italia hanno sicuramente più familiarità con il crimine. La lotta alle associazioni mafiose di certo sono un’ottima palestra.

Jeremy Meeks

ANDARE IN CARCERE, UNA VERA OPPORTUNITÀ’ PER FARE CARRIERA

Ormai andare in carcere dà più prospettive che frequentare l’Università.

Raffaele Sollecito, giudicato innocente da una delle inchieste più ridicole d’Italia, scrive libri e rilascia interviste. Amanda Knox gira film ed è diventata una soubrette… Quest’altro fa il modello perché è il detenuto più bello del mondo (!!??). Tutte vere celebrità…

Poi magari ci sono anche anonimi innocenti in carcere…e tante persone che si spaccano il culo LAVORANDO ONESTAMENTE tutti i giorni per sbarcare il lunario.

Ora però un film lo faccio pure io, con questo titolo: IL MONDO ALLA ROVESCIA…

alessio viviani

Negli scacchi non esistono handicap!

Il gioco degli scacchi è uno sport che Kasparov ha definito “il più violento del mondo”, sia perché rappresenta una lotta tra eserciti in cui occorre sopraffare l’altro, sia perché, trattandosi di uno sport individuale scevro da qualsiasi alibi, la sconfitta pesa fortemente per la sua inappellabilità. Chi perde non può prendersela con nessuno, se non con sé stesso.

Eppure, al tempo stesso, gli scacchi possono rappresentare un’ottima opportunità di divertimento, di socializzazione e di integrazione per tutti: bambini, adulti e anziani, maschi e femmine. Soprattutto, e la storia che sto per raccontare lo dimostra appieno, nel magico mondo delle 64 caselle l’handicap fisico si annulla, esiste solo una battaglia fra due menti.

Si è concluso recentemente il XXVI Festival di Porto San Giorgio, un importante torneo di scacchi al quale hanno partecipato numerosi scacchisti di assoluto livello, tra cui anche alcuni maestri professionisti di livello internazionale.

Ebbene, a vincere è stato il diciottenne Alessio Viviani, un ragazzo marchigiano che, come vedete dalla foto, è molto più sfortunato di noi, in quanto affetto da amiotrofia muscolare spinale.

Alessio gioca a scacchi da quando aveva cinque anni, su consiglio del fisioterapista al fine di farlo stare un po’ seduto muovendo i pezzi.

La disabilità, ovvio, non rende la vita facile ad Alessio: si sposta su una carrozzina elettrica, che manovra con piccoli movimenti delle mani, e respira con l’aiuto di un ventilatore polmonare.

Grazie però alla sua forza di volontà, al supporto dei genitori, e alla flessibilità dei regolamenti scacchistici che permettono ai disabili di utilizzare attrezzature speciali, ha buttato il cuore oltre l’ostacolo raggiungendo una forza di gioco di eccellenza.

Siccome non può stare seduto normalmente alla scacchiera, sta sdraiato sulla carrozzina elettrica e osserva la posizione su una lavagnetta verticale in cui vengono replicate le mosse. Quando ha scelto la mossa da giocare, la comunica alla madre, che la esegue sulla scacchiera e schiaccia l’orologio.

Questa eccezionale vittoria dimostra due cose: la prima che in ogni circostanza della vita, anche la più sventurata, non bisogna mai compatirsi, ma sempre lottare.

La seconda che solo negli scacchi, uno sport in cui conta esclusivamente la bravura, si combatte ad armi pari, senza distinzioni di razza, sesso, età e handicap vari.

Senza urtare la sensibilità di nessuno, vorrei sottolineare che questa vittoria ha un sapore molto diverso da quelle conseguite da atleti in sport paraolimpici, in cui la competizione si svolge esclusivamente tra portatori di handicap. Alessio ha vinto battendosi con atleti normodotati.

Dovremmo prendere tutti esempio da lui.

Gli scacchi in strada

Un amico scacchista ternano si imbatte a Parigi in un gruppo di persone che giocano in strada. Su Facebook lancia lo scherzoso quesito: mi fermo abbandonando la famiglia, o no?

Non ho avuto dubbi nel rispondergli subito di sì, perché gli scacchi in strada sono la cosa più bella del mondo. Non conosci l’avversario, ma ci giochi come se lo conoscessi da sempre. E’ una delle tante forme di linguaggio internazionale.

Questa domanda mi ha fatto tornare in mente un episodio accadutomi nel 2004, durante un mio viaggio in Uzbekistan.

A Samarcanda mi imbatto in Jamol Kosimov, un ragazzo che vende scacchiere e oggetti in legno, con cui ancora oggi ho sporadici contatti.

Passando di fronte la sua bancarella, faccio per scherzo la prima mossa e lui risponde immediatamente. Viene fuori una partita vera, all’ultimo sangue. Ricordo bene che fu difficile vincere soprattutto perché gli scacchi avevano una forma strana e faticavo a riconoscerli.

Mentre i miei compagni di viaggio sono tutti risaliti sul pullman, approdo in un finale vincente. Ho la partita in pugno contro un Uzbeko, con 4-5 suoi amici intorno a guardare… Momenti frenetici, soprattutto perché il mio pullman è da tempo che ha cominciato a suonare per sollecitarmi… Non ce la faccio a lasciare una partita vinta. Proseguo e vinco.

Quando sono tornato sul pullman, non è stato difficile subire in silenzio gli insulti di tutti… Perché avevo vinto contro un Uzbeko a Samarcanda, in un paese ex sovietico, in cui gli scacchi sono cultura e tradizione. E io mi sentivo di aver ben rappresentato l’Italia.

Forse è solo per questo che Jamol, quel giorno, volle scambiarsi le email e ancora oggi mi scrive.

Per chi veramente li ama, gli scacchi sono anche questo. Soprattutto questo.

Francesco Zaccagni, 7 aprile 2015

coda sulla Contessa

E NOI EUGUBINI VORREMMO VIVERE DI TURISMO???

Lunedì di Pasquetta, dopo due giorni di pioggia e freddo si preannuncia una giornata di sole.

Con la famiglia decido, come tanti altri sventurati Eugubini e Umbri, di fare una gita in riviera.

Pronti, partenza e via…comincia il calvario, ma ci sta…siamo a Pasqua…

Già prima della galleria della Contessa c’è un incolonnamento. Superata la galleria a passo di lumaca, la coda non sembra terminare, così chiamo il 112 per chiedere lumi. i Carabinieri mi rispondono che, dopo numerose segnalazioni, una macchina dell’Anas si sta recando in loco per “risolvere il problema”, che non è altro che il famigerato SEMAFORO nei pressi di PONTERICCIOLI (ma ancora in Umbria). Incredibile: alle 13.30 la coda è di svariati chilometri, esattamente dalla rotatoria di Gubbio al semaforo di Pontericcioli.

Finalmente mi vedo sorpassare dalla macchina arancione dell’Anas e dopo circa un altro quarto d’ora, magicamente, la situazione si sblocca. Sapete come è avvenuto il miracolo? Semplice: l’Anas è arrivata al semaforo e, visto che era assolutamente inutile (immagino), l’ha tolto di mezzo. Complimenti, una trovata ingegnosa.

Dopo i 40 minuti di fila sulla Contessa, purtroppo, mi trovo di fronte a un altro incolonnamento: si tratta di un semaforo nei pressi di Cantiano; questa volta siamo nella Marche, ma la coda è sempre chilometrica… Imprecando, esco dalla strada principale cercando fortuna sulla strada vecchia. Sono costretto a rientrare obbligatoriamente sulla superstrada nei pressi di Cagli e non posso credere ai miei occhi: terzo semaforo e terza coda chilometrica.

RISULTATO: Gubbio-Riccione 2 ore e 30 minuti.

Non mi intendo di circolazione stradale né di lavori pubblici, ma non sono né cieco né rincoglionito: ho notato con disappunto, infatti, che tutti e tre i semafori erano “apparentemente” inutili, visto che nonostante il restringimento della carreggiata, non vi era assolutamente alcun ostacolo. Questo mi è stato confermato dal fatto che il semaforo di Pontericcioli è stato addirittura tolto di mezzo dall’Anas appena giunta in loco.

Ora la domanda sorge spontanea: QUESTO SEMAFORO O SERVE O NON SERVE. Se è stato tolto, immagino che non serva. Ma se non serve, perché l’Anas è intervenuta solo dopo ore, cioè quando la coda andava da Gubbio a Pontericcioli? Ci sarà pure un responsabile in grado di rispondere a questa domanda idiota, o no?

Io credo che questa situazione sia assolutamente incresciosa e, aldilà delle responsabilità e competenze territoriali (che non conosco), tutti sono/siamo responsabili.

La Regione, La Provincia, il Comune, i politici che sono solo bravi a chiacchierare e non hanno la benché minima capacità di risolvere problemi pratici ed elementari. Le forze dell’ordine che sarebbero dovute/potute intervenire per sostituirsi a quel famigerato semaforo. Ed infine noi cittadini, che siamo in grado solo di imprecare nelle nostre auto, lamentarci su Facebook (come ho fatto io), senza poi mettere in atto proteste concrete e organizzate. Ad esempio, perché non blocchiamo la strada? Qualcuno poi verrà a parlarci. Ma il problema è che noi Eugubini siamo in grado di incazzarci veramente solo il giorno dei Ceri, che ci hanno atrofizzato il cervello.

Affinché Gubbio possa aspirare a VIVERE DI TURISMO, serve una bella città (quella c’è), eventi che possano attrarre visitatori (si potrebbe fare molto di più, ma siamo sulla strada buona) e, infine, vie di comunicazione non da terzo mondo che possano permettere a questi visitatori di raggiungerci senza “atroci” sofferenze. Perché, ricordiamoci, che non siamo belli solo noi…

Gubbio, nel A.D. 2015, è ancora assolutamente isolata rispetto al resto dell’Umbria. Se poi in quelle pochissime strade che abbiamo (e che stanno cadendo a pezzi) ci mettiamo pure i semafori il giorno di Pasquetta (in assenza di lavori), dove pensiamo di andare? Questa volta, purtroppo, non si tratta di mancanza di fondi pubblici. Qui si tratta solo di assoluta disorganizzazione e incapacità, che poi si manifesta dannosamente su tante altre cose assurde, che magari non conosciamo.

A breve ci saranno le ELEZIONI REGIONALI e molti politici prometteranno mari e monti, come al solito, senza impegni precisi e misurabili. Ritengo che sarebbe pure ora che la Regione faccia qualcosa di concreto per le vie di comunicazione della città di Gubbio, di cui porta il simbolo nello stemma. Basta chiacchiere e teorie dei massimi sistemi. Servono piccoli e semplici fatti.

Il mio misero sogno nel cassetto sarebbe che ci fosse un politico (di qualunque estrazione) che si prenda un impegno concreto e dica: “Se eletto, il mio obiettivo è SOLO QUESTO. Lo so, è piccolo, ma è chiaro e concreto, e me ne faccio carico personalmente. Se fallisco, sarà solo colpa mia e me ne torno a casa”.

Troppo chiaro, troppo semplice, quindi tristemente impossibile.

Scacchi e Poker, la strana coppia

poker-scacchiUltimamente moltissimi appassionati hanno cominciato a parlare di possibili somiglianze tra il gioco del Texas Holdem e quello degli scacchi: una discussione che, nonostante abbia fatto storcere il  naso a molti, potrebbe anche avere qualche fondamento. Vediamo insieme perché.

Prima di tutto, la strategia

Per quanto con modi e con complessità sicuramente differenti, la strategia dei giocatori è una delle caratteristiche fondamentali di questi due giochi. Sia nelle sale da poker che negli scacchi è assolutamente importante avere una fortissima capacità di analisi per capire immediatamente le intenzioni degli avversari, riconoscendo le possibili trappole che il loro comportamento potrebbe nascondere.

E l’intelligenza

In nessuno dei due giochi si può fare molta strada senza usare al meglio la propria intelligenza. Gli scacchi ed il poker sono due giochi nei quali la capacità di un giocatore di studiare il gioco degli altri, di valutare le proprie mosse prendendo in considerazione tutte le possibili conseguenze gioca un ruolo di importanza vitale per riuscire a raggiungere una vittoria finale.

Lasker insegna

Prendiamo Emanuel Lasker ad esempio. Il grandissimo GM degli scacchi tedesco è diventato celebre per il suo particolare modo di studiare i propri avversari mettendoli costantemente alla prova e cercando di interpretare al meglio tutte le loro reazioni. Un qualcosa che, a pensarci bene, sta scritto anche in tutti i manuali del poker proprio perché requisito fondamentale per riuscire ad andare avanti nel gioco anche in quelle partite nelle quali le carte sembrano davvero non riuscire a mettersi bene.

Una questione di tavolo

E d’altra parte l’amore di alcuni grandi scacchisti per il gioco del poker non è certo un mistero: Ylon Schwartz, Ivo Donev o Howard Lederer sono soltanto alcuni dei celebri nomi che hanno deciso di avvicinarsi al Texas Holdem portando a casa grandi successi grazie alla capacità di spostare le grandi abilità sviluppate con gli scacchi sui tavoli verdi del poker.

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