alessio viviani

Negli scacchi non esistono handicap!

Il gioco degli scacchi è uno sport che Kasparov ha definito “il più violento del mondo”, sia perché rappresenta una lotta tra eserciti in cui occorre sopraffare l’altro, sia perché, trattandosi di uno sport individuale scevro da qualsiasi alibi, la sconfitta pesa fortemente per la sua inappellabilità. Chi perde non può prendersela con nessuno, se non con sé stesso.

Eppure, al tempo stesso, gli scacchi possono rappresentare un’ottima opportunità di divertimento, di socializzazione e di integrazione per tutti: bambini, adulti e anziani, maschi e femmine. Soprattutto, e la storia che sto per raccontare lo dimostra appieno, nel magico mondo delle 64 caselle l’handicap fisico si annulla, esiste solo una battaglia fra due menti.

Si è concluso recentemente il XXVI Festival di Porto San Giorgio, un importante torneo di scacchi al quale hanno partecipato numerosi scacchisti di assoluto livello, tra cui anche alcuni maestri professionisti di livello internazionale.

Ebbene, a vincere è stato il diciottenne Alessio Viviani, un ragazzo marchigiano che, come vedete dalla foto, è molto più sfortunato di noi, in quanto affetto da amiotrofia muscolare spinale.

Alessio gioca a scacchi da quando aveva cinque anni, su consiglio del fisioterapista al fine di farlo stare un po’ seduto muovendo i pezzi.

La disabilità, ovvio, non rende la vita facile ad Alessio: si sposta su una carrozzina elettrica, che manovra con piccoli movimenti delle mani, e respira con l’aiuto di un ventilatore polmonare.

Grazie però alla sua forza di volontà, al supporto dei genitori, e alla flessibilità dei regolamenti scacchistici che permettono ai disabili di utilizzare attrezzature speciali, ha buttato il cuore oltre l’ostacolo raggiungendo una forza di gioco di eccellenza.

Siccome non può stare seduto normalmente alla scacchiera, sta sdraiato sulla carrozzina elettrica e osserva la posizione su una lavagnetta verticale in cui vengono replicate le mosse. Quando ha scelto la mossa da giocare, la comunica alla madre, che la esegue sulla scacchiera e schiaccia l’orologio.

Questa eccezionale vittoria dimostra due cose: la prima che in ogni circostanza della vita, anche la più sventurata, non bisogna mai compatirsi, ma sempre lottare.

La seconda che solo negli scacchi, uno sport in cui conta esclusivamente la bravura, si combatte ad armi pari, senza distinzioni di razza, sesso, età e handicap vari.

Senza urtare la sensibilità di nessuno, vorrei sottolineare che questa vittoria ha un sapore molto diverso da quelle conseguite da atleti in sport paraolimpici, in cui la competizione si svolge esclusivamente tra portatori di handicap. Alessio ha vinto battendosi con atleti normodotati.

Dovremmo prendere tutti esempio da lui.

Gli scacchi in strada

Un amico scacchista ternano si imbatte a Parigi in un gruppo di persone che giocano in strada. Su Facebook lancia lo scherzoso quesito: mi fermo abbandonando la famiglia, o no?

Non ho avuto dubbi nel rispondergli subito di sì, perché gli scacchi in strada sono la cosa più bella del mondo. Non conosci l’avversario, ma ci giochi come se lo conoscessi da sempre. E’ una delle tante forme di linguaggio internazionale.

Questa domanda mi ha fatto tornare in mente un episodio accadutomi nel 2004, durante un mio viaggio in Uzbekistan.

A Samarcanda mi imbatto in Jamol Kosimov, un ragazzo che vende scacchiere e oggetti in legno, con cui ancora oggi ho sporadici contatti.

Passando di fronte la sua bancarella, faccio per scherzo la prima mossa e lui risponde immediatamente. Viene fuori una partita vera, all’ultimo sangue. Ricordo bene che fu difficile vincere soprattutto perché gli scacchi avevano una forma strana e faticavo a riconoscerli.

Mentre i miei compagni di viaggio sono tutti risaliti sul pullman, approdo in un finale vincente. Ho la partita in pugno contro un Uzbeko, con 4-5 suoi amici intorno a guardare… Momenti frenetici, soprattutto perché il mio pullman è da tempo che ha cominciato a suonare per sollecitarmi… Non ce la faccio a lasciare una partita vinta. Proseguo e vinco.

Quando sono tornato sul pullman, non è stato difficile subire in silenzio gli insulti di tutti… Perché avevo vinto contro un Uzbeko a Samarcanda, in un paese ex sovietico, in cui gli scacchi sono cultura e tradizione. E io mi sentivo di aver ben rappresentato l’Italia.

Forse è solo per questo che Jamol, quel giorno, volle scambiarsi le email e ancora oggi mi scrive.

Per chi veramente li ama, gli scacchi sono anche questo. Soprattutto questo.

Francesco Zaccagni, 7 aprile 2015

coda sulla Contessa

E NOI EUGUBINI VORREMMO VIVERE DI TURISMO???

Lunedì di Pasquetta, dopo due giorni di pioggia e freddo si preannuncia una giornata di sole.

Con la famiglia decido, come tanti altri sventurati Eugubini e Umbri, di fare una gita in riviera.

Pronti, partenza e via…comincia il calvario, ma ci sta…siamo a Pasqua…

Già prima della galleria della Contessa c’è un incolonnamento. Superata la galleria a passo di lumaca, la coda non sembra terminare, così chiamo il 112 per chiedere lumi. i Carabinieri mi rispondono che, dopo numerose segnalazioni, una macchina dell’Anas si sta recando in loco per “risolvere il problema”, che non è altro che il famigerato SEMAFORO nei pressi di PONTERICCIOLI (ma ancora in Umbria). Incredibile: alle 13.30 la coda è di svariati chilometri, esattamente dalla rotatoria di Gubbio al semaforo di Pontericcioli.

Finalmente mi vedo sorpassare dalla macchina arancione dell’Anas e dopo circa un altro quarto d’ora, magicamente, la situazione si sblocca. Sapete come è avvenuto il miracolo? Semplice: l’Anas è arrivata al semaforo e, visto che era assolutamente inutile (immagino), l’ha tolto di mezzo. Complimenti, una trovata ingegnosa.

Dopo i 40 minuti di fila sulla Contessa, purtroppo, mi trovo di fronte a un altro incolonnamento: si tratta di un semaforo nei pressi di Cantiano; questa volta siamo nella Marche, ma la coda è sempre chilometrica… Imprecando, esco dalla strada principale cercando fortuna sulla strada vecchia. Sono costretto a rientrare obbligatoriamente sulla superstrada nei pressi di Cagli e non posso credere ai miei occhi: terzo semaforo e terza coda chilometrica.

RISULTATO: Gubbio-Riccione 2 ore e 30 minuti.

Non mi intendo di circolazione stradale né di lavori pubblici, ma non sono né cieco né rincoglionito: ho notato con disappunto, infatti, che tutti e tre i semafori erano “apparentemente” inutili, visto che nonostante il restringimento della carreggiata, non vi era assolutamente alcun ostacolo. Questo mi è stato confermato dal fatto che il semaforo di Pontericcioli è stato addirittura tolto di mezzo dall’Anas appena giunta in loco.

Ora la domanda sorge spontanea: QUESTO SEMAFORO O SERVE O NON SERVE. Se è stato tolto, immagino che non serva. Ma se non serve, perché l’Anas è intervenuta solo dopo ore, cioè quando la coda andava da Gubbio a Pontericcioli? Ci sarà pure un responsabile in grado di rispondere a questa domanda idiota, o no?

Io credo che questa situazione sia assolutamente incresciosa e, aldilà delle responsabilità e competenze territoriali (che non conosco), tutti sono/siamo responsabili.

La Regione, La Provincia, il Comune, i politici che sono solo bravi a chiacchierare e non hanno la benché minima capacità di risolvere problemi pratici ed elementari. Le forze dell’ordine che sarebbero dovute/potute intervenire per sostituirsi a quel famigerato semaforo. Ed infine noi cittadini, che siamo in grado solo di imprecare nelle nostre auto, lamentarci su Facebook (come ho fatto io), senza poi mettere in atto proteste concrete e organizzate. Ad esempio, perché non blocchiamo la strada? Qualcuno poi verrà a parlarci. Ma il problema è che noi Eugubini siamo in grado di incazzarci veramente solo il giorno dei Ceri, che ci hanno atrofizzato il cervello.

Affinché Gubbio possa aspirare a VIVERE DI TURISMO, serve una bella città (quella c’è), eventi che possano attrarre visitatori (si potrebbe fare molto di più, ma siamo sulla strada buona) e, infine, vie di comunicazione non da terzo mondo che possano permettere a questi visitatori di raggiungerci senza “atroci” sofferenze. Perché, ricordiamoci, che non siamo belli solo noi…

Gubbio, nel A.D. 2015, è ancora assolutamente isolata rispetto al resto dell’Umbria. Se poi in quelle pochissime strade che abbiamo (e che stanno cadendo a pezzi) ci mettiamo pure i semafori il giorno di Pasquetta (in assenza di lavori), dove pensiamo di andare? Questa volta, purtroppo, non si tratta di mancanza di fondi pubblici. Qui si tratta solo di assoluta disorganizzazione e incapacità, che poi si manifesta dannosamente su tante altre cose assurde, che magari non conosciamo.

A breve ci saranno le ELEZIONI REGIONALI e molti politici prometteranno mari e monti, come al solito, senza impegni precisi e misurabili. Ritengo che sarebbe pure ora che la Regione faccia qualcosa di concreto per le vie di comunicazione della città di Gubbio, di cui porta il simbolo nello stemma. Basta chiacchiere e teorie dei massimi sistemi. Servono piccoli e semplici fatti.

Il mio misero sogno nel cassetto sarebbe che ci fosse un politico (di qualunque estrazione) che si prenda un impegno concreto e dica: “Se eletto, il mio obiettivo è SOLO QUESTO. Lo so, è piccolo, ma è chiaro e concreto, e me ne faccio carico personalmente. Se fallisco, sarà solo colpa mia e me ne torno a casa”.

Troppo chiaro, troppo semplice, quindi tristemente impossibile.

Scacchi e Poker, la strana coppia

poker-scacchiUltimamente moltissimi appassionati hanno cominciato a parlare di possibili somiglianze tra il gioco del Texas Holdem e quello degli scacchi: una discussione che, nonostante abbia fatto storcere il  naso a molti, potrebbe anche avere qualche fondamento. Vediamo insieme perché.

Prima di tutto, la strategia

Per quanto con modi e con complessità sicuramente differenti, la strategia dei giocatori è una delle caratteristiche fondamentali di questi due giochi. Sia nelle sale da poker che negli scacchi è assolutamente importante avere una fortissima capacità di analisi per capire immediatamente le intenzioni degli avversari, riconoscendo le possibili trappole che il loro comportamento potrebbe nascondere.

E l’intelligenza

In nessuno dei due giochi si può fare molta strada senza usare al meglio la propria intelligenza. Gli scacchi ed il poker sono due giochi nei quali la capacità di un giocatore di studiare il gioco degli altri, di valutare le proprie mosse prendendo in considerazione tutte le possibili conseguenze gioca un ruolo di importanza vitale per riuscire a raggiungere una vittoria finale.

Lasker insegna

Prendiamo Emanuel Lasker ad esempio. Il grandissimo GM degli scacchi tedesco è diventato celebre per il suo particolare modo di studiare i propri avversari mettendoli costantemente alla prova e cercando di interpretare al meglio tutte le loro reazioni. Un qualcosa che, a pensarci bene, sta scritto anche in tutti i manuali del poker proprio perché requisito fondamentale per riuscire ad andare avanti nel gioco anche in quelle partite nelle quali le carte sembrano davvero non riuscire a mettersi bene.

Una questione di tavolo

E d’altra parte l’amore di alcuni grandi scacchisti per il gioco del poker non è certo un mistero: Ylon Schwartz, Ivo Donev o Howard Lederer sono soltanto alcuni dei celebri nomi che hanno deciso di avvicinarsi al Texas Holdem portando a casa grandi successi grazie alla capacità di spostare le grandi abilità sviluppate con gli scacchi sui tavoli verdi del poker.

FURBIZIA contro INTELLIGENZA

gatto-volpeMai come oggi possiamo verificare sul campo l’enorme differenza tra queste due caratteristiche personali.
Il FURBO di sicuro arriva prima, é quello che non rispetta le file ed ottiene spesso e prima di altri piccoli risultati. Ma arriva poco lontano.
L’INTELLIGENTE a volte potrebbe pure essere furbo, ma preferisce non farlo, perché sa che prima o poi arriverà pure il suo turno.
Tuttavia l’intelligente, quando il furbo si è già fermato e non sa dove andare, tira dritto perché ha obiettivi chiari e strategie efficaci. E arriva lontano dove nessun furbo potrà mai arrivare.
A buoni intenditori, poche parole…

Evviva gli errori!

Snoopy-errori

La vita è piena di imprevisti, a volte pure piacevoli, ma purtroppo molto spesso negativi. In certi casi, non possiamo far altro che subirli, in quanto non prevedibili e soprattutto non rimediabili.

In realtà, nella maggior parte dei casi, un evento negativo non è altro che frutto di un proprio errore e proprio per questo evitabile. Il problema è che spesso le situazioni negative della vita vengono vissute con irrazionalità e superficialità, pensando più a piangersi addosso anziché a rintracciarne le cause per evitarne il ripetersi. E qui ci sarebbe tanto da lavorare.

Utilizzando il tennis come metafora, un imprevisto irrimediabile negativo può essere considerato “l’ace”: battuta a 180 Km/h e impossibilità di prendere la pallina. Quindi, in questo caso come in altri sport, a volte si subiscono punti o sconfitte per gesti tecnici perfettamente eseguiti dall’avversario.

Al contrario, negli scacchi non funziona mai così. Ogni risultato è esclusivamente frutto della propria condotta, tanto che sempre di più considero questo sport una rappresentazione logica e accelerata della vita, da cui trarne spesso insegnamento.

Una partita a scacchi, infatti, non è altro che “una battaglia contro l’errore”, come amava ripetere il famoso Grande Maestro Xavier Tartakover, tanto da fare dell’errore una vera e propria apologia. È proprio la constatazione, la comprensione, lo studio e la risoluzione dell’errore che permettono il miglioramento di se stessi.

Negli scacchi non esiste la fortuna e quando si vince significa che in qualche modo si è stati superiori all’avversario (per un miglior piano strategico, per la preparazione tattica, per la concentrazione, per la resistenza e per la motivazione, ecc). Si sarà sicuramente felici per la vittoria, ma non si potrà certo utilizzare la partita per migliorare il proprio livello di gioco.

Viceversa, ogniqualvolta si perde, si è certamente commesso un errore, piccolo o grande che sia. Anche se l’avversario è molto più forte, significa che abbiamo sbagliato qualcosa noi e non che abbia mosso perfettamente lui!

Rintracciare l’errore, analizzarlo, comprenderlo e trovarne la soluzione significa accrescere la propria conoscenza scacchistica e quindi diventare più forti. Le partite a scacchi, come le situazioni nella vita, sono in alcuni frangenti ripetitive. Sapere con certezza come comportarsi alla 13^ mossa del “Gambetto di Donna”, dopo una determinata mossa dell’avversario, significa essere più forti di un giocatore che conosce la variante fino alla 12^ mossa…

Nelle varie situazioni che la vita ci propone quotidianamente si potrebbero fare esempi analoghi, ma purtroppo sono pochi coloro che pongono attenzione agli errori. Alcuni neanche se ne accorgono, pensando che il reiterarsi di eventi negativi a loro danno sia frutto della propria sfortuna cronica. Altri, peggio ancora, spesso ravvedono l’errore ma, addossandolo quasi sempre agli altri e trovando per sé stessi mille alibi, non lo risolvono mai.

Pertanto, benvenuti siano gli errori, purché siano compresi, analizzati e risolti. È un lavoro molto faticoso, ma va fatto, altrimenti è preferibile… non sbagliare.

Francesco Zaccagni

Mayka e Zaccagni 2° e 3° a Cagli (PS)

Buona prestazione di Bogdan Mayka e Francesco Zaccagni al torneo rapid organizzato dal circolo di Cagli domenica 12 ottobre.

Sono giunti 2° e 3° assoluti, rispettivamente con 4,5 su 6 e 4 su 6, alle spalle del cagliese Edorado Sanguinetti, vincitore con 5,5 su 6.

Il torneo era con cadenza 30 minuti a giocatore ed è stato caratterizzato da un buon livello di gioco nonostante il numero dei partecipanti, quasi tutti classificati, non fosse elevato.

Per chi fosse interessato ad analizzare un po’, nel sito www.gubbioscacchi.it c’è la galleria completa ed alcune posizioni interessanti delle partite disputate.

Aurelio Passeri, Gubbio perde una sua pietra

aurelio passeri

Ogni volta che facevo un viaggio, nell’era dei social network, inviavo a Gubbio una sola cartolina: al mio amico Aurelio Passeri, in Via Aquilante.

A lui faceva molto piacere, sia perché amava collezionare le cartoline, sia perché, quando poi ci rivedevamo in giro, oltre a ringraziarmi con affetto, coglieva sempre la palla al balzo: “Che bel posto ‘i visitato! ‘L mondo è bello, ma Gubbio è ’n’altra cosa!”.

Non c’era città o meraviglia del pianeta alla quale lui non riuscisse a trovare un difetto tale da far restare la sua Gubbio sempre e comunque la città più bella.

Di lui molti ricordano lo scultore. Numerose sono le sue opere, tutte in stile classico, che traspirano la propria straordinaria sensibilità per la vita e amore per Gubbio. Riguardo allo stile, Aurelio (che non era certo uno che le mandava a dire) non era solito risparmiare critiche ai fautori dell’arte moderna e contemporanea, spesso mostrandomi in contrapposizione ad essa alcuni dettagli delle sue sculture. “Guarda che manine che c’ha ‘sta bambina … Guarda che unghiette! Sapessi quanto ce vole a fa ‘na mano così!…”

Altri, tra cui il figlio Luigi a cui ha trasmesso la stessa mano artistica, ricordano il ceraiolo. Sempre nelle “retrovie” del Cero, era però un valente Santubaldaro. Braccere nella muta di Santa Maria, era onnipresente, sia quando c’era da soffrire, sia quando c’era da festeggiare, in virtù della sua straordinaria passione ed esuberanza. Il 15 maggio 2011 l’ultima grande vetrina, quando ha portato giù dalla scalea la statua di Sant’Ubaldo insieme a suo figlio Luigi che l’aveva scolpita.

In realtà, le sue passioni non erano altro che la naturale conseguenza del suo grande amore per Gubbio. Credo, infatti, che Aurelio Passeri fosse uno dei più grossi difensori e decantatori delle tradizioni culturali ed architettoniche della nostra città. È questo l’aspetto che più di ogni altro mi ha colpito di lui e per cui lo ricorderò.

Più volte, incontrandolo per strada, mi manifestava quanto gli stessero a cuore le pietre della sua città, che conosceva certamente a memoria. E quasi sempre mi ribadiva la sua contrarietà ad ogni forma di intonaco, reo di occultare proprio quelle pietre che (e come dargli torto!) di Gubbio sono la vera essenza.

A tale riguardo si rammaricava per come Gubbio, nettamente il centro storico più bello ed autentico dell’Umbria, si fosse impoverita al cospetto di altri comuni umbri.  In particolar modo mi manifestava la sua intolleranza a Perugia, che non riconosceva come capoluogo di provincia: “Perugia ‘n ce pole vedè, ancora ‘n c’ha perdonato tutte le botte che J’emo dato a l’epoca dei comuni…”.

Aurelio Passeri ci ha lasciato, ma giorni fa, l’ultima volta che l’ho visto, mi aveva detto di ritenersi fortunatissimo per la vita che ha vissuto, fiero della sua famiglia, dei suoi amici, della sua arte, ma soprattutto orgoglioso di averla vissuta a Gubbio.

Un altro pezzo di storia di Gubbio ci ha lasciato, ma certamente ora sarà felice, incastonato tra le sue pietre.

Francesco Zaccagni, 11/10/2014

I saldi di “inizio” stagione

CSALDI NEGOZI MILANO’è crisi, molte aziende sono sparite, altre sono in difficoltà. Le famiglie hanno sempre meno denaro da spendere ed il commercio piange lacrime di sangue, spesso comprensibili e giustificate, in certi casi, no. Molti dicono che questo  Natale abbia registrato uno dei più grossi cali nelle vendite da decenni a questa parte, e ci credo.

Tuttavia, per fortuna ci sono i saldi, sono loro che possono ridare fiato alle casse asfittiche di molti commercianti. I benedetti saldi di “fine” stagione che io, al contrario, definisco i maledetti saldi di “inizio” stagione.

I TG nazionali presentano l’avvento dei saldi in prima notizia, quasi fosse quello di un messia che, spinto dalla sua magnificenza e bontà, ogni tanto ridiscende sulla terra per riportare giustizia tra gli uomini poveri e di buona volontà. Ed ecco che si vedono, nelle grandi città, file interminabili di fronte ai negozi del centro, tipo quelle per il pane nei paesi dell’Est, ai tempi della Cortina di ferro. Code e cose da non credere.

Passeggiando nella nostra città non si notano certo file, ma le vetrine di abbigliamento sparano pure loro sconti da capogiro, del 30-50-70 %, che mi fanno alquanto riflettere.

Prima di tutto, e lo capirete dal titolo, credo sia assurdo, nella prima settimana di gennaio, fare riferimento alla fine stagione, quando il freddo deve ancora arrivare, a pochi giorni dal Natale.

Lungi da me dal fare i conti in tasca agli altri, ma mi domando, come è possibile fare sconti del 50-70 % se non grazie ad un prezzo di partenza iniziale fuori dalla grazia di Dio? Subito dopo, tuttavia, ricordando i testi universitari di economia, mi acquieto pensando che il prezzo non lo fa il commerciante, bensì il mercato, laddove domanda e offerta di un bene si incrociano. Bah… sarà così…

Di certo, però, ciò non mi soddisfa comunque, sognando, forse da idealista, un mondo in cui il rapporto tra il commerciante e l’acquirente sia assolutamente fiduciario, basato sulla serietà e sulla correttezza. Invece no, sembra quasi che oggi comprare un prodotto sia una specie di gioco d’azzardo, una lotta tra furbi, quasi per la sopravvivenza, dove l’acquirente deve cercare momenti propizi o filoni d’oro, mentre il commerciante sfruttare al massimo gli attimi di debolezza dei propri clienti. Ma santo Dio, se fossi un commerciante, quale più grande soddisfazione ci sarebbe, oltre a quella di portare avanti la mia attività tra le enormi difficoltà che oggi si incontrano e di realizzare quindi un giusto profitto, se non quella di vedere un cliente fiero e soddisfatto del proprio acquisto?

Se io acquisto un capo di abbigliamento la vigilia di Natale a 400 €, e il 4 gennaio me lo ritrovo in vetrina a 200 €, cosa debbo pensare? Che io sono un allocco o che il negoziante è molto più “furbo” di me? Probabilmente e tristemente entrambe le cose…

Una volta i saldi erano a marzo e se qualcuno comprava qualcosa per Natale sapeva che la pagava un po’ di più ma ce l’aveva tre mesi prima dei saldi di fine stagione, quella vera, quando già si respira aria di primavera. Oggi solo uno sciocco può comprare nel periodo natalizio. Andando avanti così e ragionando con un briciolo di logica o dovremo festeggiare il Natale nei primi di giorni di gennaio o, magari più probabilmente, i saldi inizieranno il 15 dicembre. Non vedo altre soluzioni, visto che ormai siamo in guerra economica e commerciale.

Concludo queste mie riflessioni con l’ennesimo elogio alla Apple, di cui ammiro la strategia commerciale: prodotti di assoluta qualità, costosi, ma con una garanzia assoluta. Se li vuoi, li paghi a quel prezzo. Sempre ed ovunque. Che bello!

Francesco Zaccagni, 06/01/2014

Ripensando a Craxi…

craxi_gubbio1Parlare di Craxi mi fa tornare in mente i tempi della mia adolescenza, quando a casa mia si mangiava pane e Politica, quella vera, con la “P” maiuscola. Erano gli anni in cui tutto andava bene, o per lo meno così sembrava: l’Italia era in pieno boom industriale e le nostre squadre di calcio primeggiavano in Europa e nel mondo. Il Partito Socialista incarnava lo spirito di milioni di Italiani che credevano in uno Stato moderno, laico e riformista. Immediatamente il mio pensiero si rivolge a mio padre, che era allora segretario del PSI di Gubbio, della sezione Nenni per la precisione (visto che nella nostra città ve ne erano addirittura due), oltre che Vicesindaco per alcuni anni.

A Gubbio il PSI, grazie a una tradizione radicata, era ancora più forte che in Italia; sempre con la bussola ben indirizzata a sinistra, ma a una sinistra moderna e innovatrice, certamente non quella dei “no” ad oltranza. Il Governo della città era frutto dell’alleanza storica con l’allora PCI, composto da Persone, tutte di una certa Levatura, che si accordavano sui programmi e sulle cose da fare per la città e non sulle poltrone. La Politica era di tutti, ma non per tutti. Ognuno dava il proprio contributo, ma la Politica la facevano solo i migliori. C’era più umiltà e sicuramente maggior senso della dignità, quello che forse manca oggi. La Politica era un Ideale e non un posto di lavoro.

Craxi era il leader per antonomasia e, a casa mia, quando parlava in Parlamento o in qualche intervista al TG, quasi inconsciamente, tutti abbassavamo il tono della voce per sentirlo parlare. Non era mai banale e ogni sua parola dava ancor più sicurezza a un paese che era già di per sé entusiasta.

E poi il tonfo di Tangentopoli. Ricordo perfettamente lo scoramento di mio padre il 30 aprile del 1993, nel momento in cui la folla inferocita scagliava su Craxi monetine all’uscita dall’Hotel Raphael a Roma. Era la caduta di un mito, la fine di un sogno, la disillusione per molti che avevano creduto in Craxi, nel suo carisma, ma che comunque, come mio padre allora e io oggi, continuavano a serbare nel proprio animo l’Ideale socialista.

Ancora oggi, a 13 anni esatti dalla sua morte, la figura di Craxi è estremamcraxi_gubbioente controversa, visto che per anni ha rappresentato e rappresenta tuttora il simbolo di Tangentopoli, l’emblema della politica avida e corrotta, oltre che uno degli artefici del famigerato debito pubblico italiano. Di lui molti ricordano il discorso del ’92 sul finanziamento ai partiti con l’intera Camera che rimase in vile silenzio, fino ad arrivare alla fuga per alcuni, l’esilio per altri, in Tunisia.

Tuttavia, a fronte di indubbi atti illeciti e deprecabili, mai come oggi, a mio avviso, in un momento in cui la politica, quella con la “p” minuscola, ha perso ogni credibilità, è facile rivalutare la figura di Bettino Craxi, quantomeno una buona parte. Di sicuro era un vero statista, uno dei maggiori artefici in quegli anni del miracolo italiano, protagonista sul terreno delle conquiste economico-sociali e della democrazia. Sarebbe oggi irriverente qualsiasi confronto con Silvio Berlusconi, al quale era legato da una profonda amicizia. Direi che il divario Craxi-Berlusconi in termini di statura politica è forse dieci volte maggiore a quello già rilevante in termini di statura fisica… Craxi fu colui che a Sigonella seppe riportare in alto l’orgoglio del Paese, contro lo strapotere americano. Indubbi, in quegli anni, erano il prestigio internazionale suo e dell’Italia intera.

Se confronto la politica di allora con quella di oggi, sia a livello locale che nazionale, mi viene quasi da piangere di nostalgia e non solo perché ripenso a mio padre: non mi riferisco solo a Craxi, ma a gran parte dei Politici dell’epoca. Se poi penso che Franco “Batman” Fiorito era uno di coloro che tirava le monetine a Craxi, se penso allo squallore generale dell’Italia di oggi, se penso alla totale assenza di valori da parte della maggior parte dei politici, la nostalgia si trasforma in rabbia.

In questo clima di assoluta mediocrità, mi torna in mente la lapide intitolata a Pietro Gori presso la sede della Società Operaia di Gubbio: “Dove dormono i giganti i nani di passaggio non si persuadono di essere stati preceduti da tanta grandezza”. Se questa è la Seconda Repubblica, dovrebbe inginocchiarsi e chiedere scusa alla Prima.

Francesco Zaccagni – Gubbio Oggi – 17/01/2013

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